Caterina Vannini

Credetemi, non è stato affatto facile nascere nella Siena della metà del Cinquecento, in una città che aveva appena subito una sconfitta pesantissima: si era da poco arresa al dominio di Cosimo I de’Medici perdendo per sempre la sua indipendenza.

Dopo questa guerra tutto era cambiato in città: chi era stato potente ora non contava più nulla, chi era ricco era diventato povero e chi era povero era rimasto tale, come la mia famiglia, che dopo la mia nascita toccò proprio il fondo della miseria. 

Per questo non ho avuto molta scelta e, già da piccola facevo la vita, contribuendo così, al sostentamento della mia famiglia. Tutti mi trovavano molto bella! Si sa, non è certo un mestiere che addolcisce l’animo e anche la mia indole, del resto, non è mai stata docile anzi, decisamente vivace e irrequieta. Ma nella adolescenza le cose iniziarono a prendere un’altra piega.

Probabilmente è stata proprio la mia continua insofferenza a spingermi ad andare via da questa città. I miei clienti mi avevano introdotto nella Roma che conta e così ho iniziato a fare la cortigiana. No, non è il mio caso fare la vittima e vi dico con tutta tranquillità che mi sono divertita: finalmente vestivo come le grandi dame di corte, i capelli acconciati con pietre e nastri preziosi. Potevo dedicarmi alla mia amata musica e, appena ne avevo l’occasione, dipingevo.

Ero conosciuta tra i nobili come “la Taide senese“,  il personaggio della commedia “Eunuco” di Terenzio, l’amante del soldato Trasone, nonché una prostituta. La mia vita ora era piena di lussi e divertimento. Non biasimatemi, chiunque al posto mio l’avrebbe voluta! Ma presto, comunque, questa vita spregiudicata sarebbe cambiata drasticamente. 

Al tempo il papa Gregorio XIII era impegnato a rendere Roma la città modello della cristianità. Ogni condotta amorale veniva punita con carcere e condanne severe. La vita di noi cortigiane divenne più difficile . La mia fama poi, mi aveva reso un facile bersaglio e presto mi catturarono.

Fui messa davanti ad una scelta: o mi sposavo o mi facevo suora. Uno stile di vita così lontano da me che rifiutai sdegnosamente. Così ho scontato diversi mesi di carcere e, una volta uscita, non avendo più la mia vecchia vita e contatti decisi di tornare a casa, a Siena. Una scelta che è stata decisiva per me: da quel momento in poi la mia vita sarebbe cambiata radicalmente e inaspettatamente. 

La mia casa si trovava in via delle Murella, nella contrada della Tartuca.
Rivivere questa città significava per me essere tornata indietro, nella miseria e allo squallore. Mi sentivo persa, non ero più una ragazzina e non sapevo più a chi rivolgermi. Così spesso cercavo conforto nella preghiera.

Ho iniziato a frequentare la chiesa del mio quartiere, Sant’Agostino. Spesso mi rifugiavo e trovavo conforto nell’ascoltare gli insegnamenti di Nostro Signore, circondata da quadri di autori di cui sentivo spesso parlare e che avevo studiato quando ero a Roma, come Perugino o il Sodoma, il Signorelli, altri famosi senesi come Francesco Vanni e più antichi come Simone Martini.

Una domenica, in quella chiesa, la mia vita cambiò. Stavo ascoltando una predica che mi era già capitato di ascoltare ma quel giorno ebbe in me un significato diverso. Veniva spiegata la conversione della Maddalena ed io ad un tratto capì che la mia vita non era quella che i miei genitori avevano deciso per me e che io da tempo mi ostinavo a vivere! Passai un periodo difficilissimo: insieme ai monaci iniziai ad aiutare i poveri e i malati, non solo fisicamente ma donai alcuni denari.

Lottavo contro i ricordi di una vita passata nel peccato, nella vergogna e con la rabbia della mia famiglia che si vedeva mancare la fonte di sostentamento. I rapporti con loro peggiorarono quando decisi definitivamente di donare tutti i miei beni, i risparmi della “vita romana”, mi tagliai i capelli ed entrai nell’ordine delle terziarie domenicane. Mi accolsero le sorelle del convento delle Convertite di Santa Maria delle Grazie, in via del Pignatello in Camollia.

Decisi di contemplare Dio in assoluto silenzio, assistevo solo alla messa e mi confessavo. Ma nonostante la mia conversione la mia indole irrequieta non sparì e questo fu causa di alcuni scontri con i miei direttori spirituali. Delle volte mi capitava ancora di ricordare il lusso delle corti tanto che quando pensavo ai santi in Paradiso, li immaginavo  vestiti con abiti lussuosi alla moda.

Non mi distinsi solo per il carattere ma anche per la mia forte devozione e motivazione spirituale. Spesso ricevevo delle visioni e la voce si sparse così velocemente che tutta Siena, poveri e ricchi, anziani e giovani venivano ad ascoltarle, per avere un consiglio, o oracolo, come qualcuno usava definirlo. Tra questi vi era anche uno dei pittori famosi di Siena, Francesco Vanni che volle anche ritrarmi. Più che altro era amico del cardinale Federico Borromeo che incuriosito si mise in contatto con me. Nelle mie lettere gli parlavo della mia devozione, delle mie visioni e del  mio amore sconfinato per Dio. Mi firmavo umilmente “Piccinina“.  Lui ha sempre risposto alle mie lettere ma io le ho bruciate tutte, si, perché era fin troppo umiliante per un cardinale scrivere delle lettere ad un umile suora, per giunta con un passato come il mio. Infatti, non mancarono allusioni ad una storia d’amore da parte dei più maliziosi. Ma il suo atteggiamento nei miei confronti era complesso, di attrazione e cautela insieme.

Però un giorno, con somma sorpresa venne qui, a Siena, a trovarmi. Venne apposta per me! Ma intanto la Controriforma aveva proibito alle suore di ricevere e inviare lettere e a tal proposito il cardinale esclamò: «Benedetti quei chiostri nei cui parlatori i ragni possono stendere tranquillamente le loro tele fra le grate!». Io gli scrissi: «Aspetto in breve di rivederla a questa gratina che ogni ora mi par millanni». Ritornò l’anno seguente, nel 1605. Furono i giorni più felici della mia vita! 

Oggi trascorro sempre le mie giornate in preghiera, in contemplazione e ho iniziato a scrivere. Quando posso, provo ad aiutare chi me lo chiede soprattutto chi, come me, per tutta la vita, ha cercato di fare pace con se stesso, di amare il prossimo, di trovare la quiete nell’anima.

Caterina Vannini muore il 30 luglio 1606. 

Nello stesso anno viene pubblicato il suo scritto: “Modo per eccitare e ammaestrare li semplici e poco esperti a recitar con qualche frutto il S.S. Rosario dettato dalla madre Suor Caterina Vannini da Siena, monaca Convertita”.
Una copia è stata recapitata al cardinale Borromeo e oggi si conserva nella Biblioteca Ambrosiana. Lui stesso pubblicò a nome suo, nel 1618, la sua biografia “
I tre libri della Vita di Suor Caterina monaca convertita” desunta dal suo confessore e dal medico e fiduciario delle Convertite.

Dopo la sua morte fu avviato un processo di canonizzazione ma la procedura venne interrotta e ripresa più volte, l’ ultima nel 1693, ma sempre senza risultato.

Nel 1665 i contradaioli della Tartuca, che fino ad allora si riunivano nella chiesa di Sant’Ansano, acquistano per la somma di 16 scudi, quella che era la casa dove viveva Caterina con la sua famiglia e ci costruiscono sopra l’Oratorio di Contrada intitolato a Sant’Antonio da Padova. 

Ancora oggi una lapide all’interno dell’edificio la ricorda.